Microfilm: che fine hai fatto?

Sono passati più di vent’anni da quando ho iniziato ad occuparmi di microfilm presso la Facoltà (ora Dipartimento) di Lettere e Filosofia, era il 1994.

All’inizio c’erano due apparecchi che venivano utilizzati per la visione e la stampa di microfilm formato 16 e 35 millimetri in striscia (su bobine) o fiches (in fogli), una Regma AR3 e una Universal FMRP, con ottiche fisse e zoom. Gli utenti consultavano i documenti microfilmati sullo schermo degli apparecchi e potevano effettuare delle stampe su carta termica (di pessima qualità). Spesso, o meglio ‘ogni due per tre’ come si suol dire, gli apparecchi si inceppavano e il lavoro si fermava, occorreva aprire l’apparecchio, ricercare il pezzetto di carta incastrato e riavviare la stampa. Nel tempo sono stati impiegati anche degli apparecchi visori per microfilm portatili o pseudo-portatili per la sola visualizzazione in studio dei fotogrammi, come l’apparecchio Jumbo 100, etc.

Finalmente nel 1995 abbiamo realizzato un progetto per la digitalizzazione dei documenti microfilmati, il primo tra le università in Italia e lo dico ancora con orgoglio, che prevedeva una postazione per la digitalizzazione e indicizzazione dei documenti mifrofilmati, con lo scanner Bell & Howell 3000D. I fotogrammi potevano essere così digitalizzati con una risoluzione massima da 200 a 400 ppi (pixel per inch) fino al formato massimo A3 (42 x 29,7 cm), in bianco e nero a 1 bpp (bit per pixel), formato text o picture, con la memorizzazione delle immagini in TIFF con compressione G III o G IV e con la numerazione dei file in esadecimale senza estensione. Il software utilizzato per la gestione dell’apparecchio e delle scansioni era Microdax 3000.

Era così possibile disporre dei fotogrammi digitalizzati dai vari formati, 16 o 35 mm in microfilm e aperture jackets per le fiches, da inviare direttamente alla stampante laser formato A4 e A3 (fronte/retro), una Minolta MSP 3000 o per realizzare una pubblicazione elettronica in formato PDF (portable document format) da consultare in tutta calma in studio.

I vantaggi erano molti:

  • stampare i documenti su stampante laser con maggiore qualità, durata e minori inceppamenti.
  • visualizzare i documenti comodamente sul proprio pc con la possibilità di ingrandire anche i particolari
  • indicizzare le pagine dei documenti per una più agevole ricerca
  • ridurre le stampe su carta in quanto veniva preferita la visualizzazione a video
  • trasmissione dei documenti elettronici in PDF via email
  • immagini direttamente disponibili in digitale per le pubblicazioni scientifiche

Sono stati avviati così numerosi lotti di digitalizzazione da parte degli utenti nel corso degli anni, alcuni in particolare con il Laboratorio CIRCE, un progetto di diffusione in veste digitale dei periodici che hanno avuto rilevante importanza nella storia culturale dell’Europa del XX secolo con la digitalizzazione di riviste del ‘900 su microfilm, che potevano così essere rese disponibili per la ricerca e la consultazione tramite Internet (http://circe.lett.unitn.it/main_page.html). Un’altro progetto molto importante fu la digitalizzazione di tutte le cinquecentine delle versioni Eschileane (più di 80.000 fotogrammi) per le ricerche del prof. Vittorio Citti e dott. Massimo Taufer (cfr. Quaderni Urbinati di Cultura Classica, New Series, Vol. 90, No. 3 (2008), Fabrizio Serra Editore, pp. 11-16 e pp. 105-109 – http://www.jstor.org/stable/20546477)

Con l’avvento delle tecnologie digitali portatili, dalle prime fotocamere digitali, con risoluzioni ora risibili di 1024 x 768 pixel, che non permettevano di fare fotografie di documenti che fossero abbastanza leggibili, si è arrivati in pochi anni a disporre di fotocamere anche solo di fascia ‘consumer’ con risoluzioni incredibili e ancora a smartphone che sono in grado di fotografare i documenti in condizioni di illuminazione anche scarsa, permettendo così agli utenti di realizzare direttamente in proprio, quando consentito, le riproduzioni dei documenti di cui necessitano ai fini di studio.

Molte biblioteche e archivi si sono dotati di apparecchi per la digitalizzazione di libri e documenti a colori o hanno avviato nel corso degli anni della campagne di digitalizzazione dei fondi archivistici che conservano, offrendo così agli utenti la possibilità di consultare online mediante Internet i documenti archiviati, corredandoli con di ricerca on line anche full-text. I documenti digitali possono essere scaricati in PDF o in altri formati (JPEG, TIFF, etc.). Gli istituti di conservazione e le biblioteche possono fornire direttamente agli utenti i file digitali su CD, DVD, o su supporti di memorizzazione di vario tipo (HD o Trans Flash Memory USB).

E i microfilm? Nel corso degli anni il loro utilizzo è divenuto sempre meno richiesto, non solo non vengono quasi più prodotti microfilm come supporto primario per la riproduzione dei documenti, ma non vengono quasi più effettuati (sono molto rari e costosi) servizi di duplicazione per fornire agli utenti le copie parziali o integrali delle bobine microfilm. Ora vengono fornite le immagini digitali memorizzate nelle repository e direttamente inviate all’utente.

Nel Laboratorio TeFALab abbiamo il vecchio apparecchio scanner Bell & Howell ABR3000D che funziona ancora ed è in perfetta efficienza, grazie alla manutenzione fatta in proprio, ma questo è ancora collegato a un computer HP con Windows 95 (un raro pezzo di archeologia informatica!). L’apparecchio viene ancora utilizzato da qualche docente, ricercatore o dottorando per la consultazione/digitalizzazione dei microfilm posseduti dal nostro Dipartimento e spesso anche dalla Biblioteca di Lettere.

Finché saremo in grado di fare funzionare l’apparecchio, le digitalizzazioni e le immagini, i PDF saranno realizzabili, quando si guasterà il computer o lo scanner dovremo dare l’addio a questo prezioso servizio, poiché non è economicamente conveniente la sostituzione dell’apparecchiatura.

1 marzo 2017 – Paolo Chistè

 

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